17 marzo, 2008

Julia Margaret Cameron


La fotografia che illustra il post è del 1867 e rappresenta Mrs Herbert Duckworth, la madre di Virginia Wolf ( e data l’impressionante somiglianza, non potrebbe essere altrimenti).
Quali impressioni trasmette questa immagine?
Il soggetto indica un’appartenenza di classe ben precisa. Siamo in piena era vittoriana. Ma ciò che più colpisce l’osservatore è qualcosa di estraneo all’insieme iconografico dell’epoca: il contrasto accentuato in modo tale che il profilo del viso sembra emergere netto dall’ombra. La profondità di campo è ridotta e la resa in termini di definizione, allontanandosi dal centro, non è delle migliori. E’ facile notare come i capelli del soggetto risultano alquanto privi di definizione. Tuttavia, questi difetti che in un altro qualsiasi fotografo potrebbero essere imperdonabili, rappresentano il tratto essenziale del ritrattismo di Julia Margaret Cameron.
La Cameron produsse il suo lavoro all’interno del cosiddetto periodo del collodio, una tecnica rivoluzionaria e cruciale per lo sviluppo e la diffusione di massa del mezzo fotografico. Il vantaggio della tecnica al collodio consisteva in due fondamentali caratteristiche: il utilizzava come supporto il vetro che, rispetto alla carta garantiva risultati all’altezza dei vecchi dagherrotipi ma su formati più grandi. Lo strato sensibile, il collodio, appunto, garantisce una notevole velocizzazione dei tempi di posa.
Per la preparazione delle lastre al collodio il fulmicotone, composto da cotone con acido nitrico e solforico, viene sciolto in una soluzione di alcool ed etere additivato con ioduro di potassio, ottenendo una pasta viscosa e trasparente che viene fatta colare sulla lastra e sparsa in maniera uniforme. Una volta seccato il collodio, la lastra, nella più completa oscurità, viene immersa in una soluzione di nitrato d’argento, con la formazione, nell’arco di un paio di minuti, di ioduri d’argento. La lastra viene esposta ancora umida, quando conserva il massimo della sensibilità, con tempi che variano, in esterni, dai cinque ai dieci secondi[…] [1]
L’avvento del collodio contribuì alla diffusione su ampia scala della fotografia e al conseguente aumento della committenza. Ciò portò a due grandi filoni di praticanti: i nuovi della pratica professionistica, vincolati alle esigenze della committenza, e i dilettanti puri, molto più liberi dal punto di vista espressivo. La Cameron appartenne a questo secondo grande filone. Il suo status sociale glielo consentiva. La fotografia era pratica elitaria.
Fu criticata, Julia Margaret Cameron, per la sua presunta scarsa capacità tecnica che solo più tardi fu riconosciuta come precisa e cosciente scelta estetica.
Proprio il sottile gioco con le sfocature e le profondità di campo , insieme ad un personalissimo e sapiente uso della luce, per certi versi rivoluzionario, contribuì a conferire ai suoi ritratti una valenza unica che riconduceva all’autrice.
[1] fonte Progresso Fotografico, febbraio 1999
Bibliografia
Joanne Lukitsh, Julia Margaret Cameron, ed. Phaidon 2006
Immagine
Ritratto di Mrs. Herbert Duckworth, autrice: Julia Margaret Cameron 1867

16 febbraio, 2008

I negativi ritrovati di Robert Capa

If your pictures aren’t good enough, you’re not close enough
[Robert Capa]

La notizia è riportata dalla maggior parte dei quotidiani italiani e stranieri. In tre valigette ritrovata a Città del Messico, nella casa che fu di un ex diplomatico messicano che combattè ai tempi del generale Pancho Villa, Aguilar Gonzalez, sono stati ritrovati vecchi negativi di Robert Capa che si pensavano dispersi. Tra questi anche quello della famosissima foto del Miliziano Morente che si riteneva dimenticato e smarrito in una camera oscura di Parigi.
Il ritrovamento è importante da un punto di vista filologico perché, negativo in mano, potrebbe essere possibile dire la parola finale su quel grande mistero intorno all’autenticità della fotografia del Miliziano che tante polemiche si porta con sé fin dalla sua prima pubblicazione. Il New York Times giustifica i dubbi di autenticità della foto con la presunta militanza comunista dell’autore che l’avrebbe portato a un’adesione ideologica alla causa repubblicana e al conseguente uso delle immagini a scopo propagandistico.
L’esistenza delle mitiche valigette era stata a lungo paventata da numerosi esperti e paragonata agli altrettanto mitici manoscritti di Ernest Hemingway.
Lo stesso autore morì convinto che i negativi fossero andati distrutti durante l’invasione nazista della Francia. In realtà, sembra che, al contrario, siano state protagoniste di un viaggio avventuroso da Parigi a Marsiglia e qui, nelle mani di un generale messicano accreditato come diplomatico abbiano compiuto la traversata oceanica fino in Messico.
Lo stato di conservazione dei negativi, al momento del ritrovamento, era ottimo.
La vicenda fa da giusto corollario alla parabola romantica della vita di Robert Capa di cui ho già avuto modo di parlare.









Bibliografia
Robert Capa, Leggermente fuori fuoco, Contrasto Due 2002

Immagini
1-Valigia dei negativi
2-Provini appartenenti a Robert Capa
3-Robert Capa, Morte di un Miliziano
4-Robert Capa
5-Roberc Capa, stampa a contatto
6-Robert Capa
7-Robert Capa
8-Gerda Taro
9-Robert Capa fotografato da Gerda Taro


17 gennaio, 2008

Mario Giacomelli. Il segno e l'onirismo

Iniziai il cammino nella blogosfera, ormai due anni e mezzo or sono, parlando proprio di Mario Giacomelli, sicuramente uno dei più importanti fotografi italiani.
Cosa mi piace di
Giacomelli?
Il segno principale della sua fotografia è la radicalizzazione dei toni, la difficoltà delle tonalità intermedie in favore di un’accentuazione della gamma tonale verso gli estremi. Ciò comporta un allontanamento dalla funzione di rappresentazione del reale che la fotografia ha sovente avocato a sé, senza averne il merito.
Giacomelli, così, svela l’inganno, allontana la visione dal reale e la proietta in una dimensione onirica. Le sue origini legate alla pittura sono determinanti in questa costante ricerca del segno essenziale.

Passa rapidamente da modalità adiacenti a un concetto di realismo quasi straniano a una pratica nella quale il dominio dei segni, del fotografato, del mosso o dello sfuocato diventano l’alfabeto del suo comunicare.

Quasi un desiderio di osservare il mondo senza la durezza a cui un eccessivo realismo da reportage può indurre, ma con occhio capace di pensare su quel che vede, di interpretare, decifrare. La prima serie di foto paradigmatica di questo approccio e quella del Mattatoio nelle quali l’aspetto documentaristico lascia il posto a quel senso di partecipazione al destino degli animali, che sembra qui diventare destino che accomuna le vittime e i carnefici.

E’ nelle foto dei paesaggi dove la spinta verso i toni estremi decontestualizza il paesaggio, costringendolo a rendere la purezza del segno impressogli dall’uomo, ‘eredità della storia. Il paesaggio, il suo, quello marchigiano, sarà, lungo tutta la sua carriera, il filo conduttore della sua ricerca sul senso della storia, della quale il paesaggio finisce per diventare, in qualche modo, il depositario.

Le foto della serie di Scanno proseguono su questa strada. Qui. l’elemento umano sembra quasi sospeso, posticcio, collocato dall’artista in una composizione mirabile. Quella del ragazzo incorniciato dalla presenza di due anziane è foto che ha guadagnato il MoMa di New York e ha donato fama mondiale all’autore.

Un altro elemento peculiare della fotografia di Giacomelli è quello onirico che scaturisce dalla capacità di vedere gli aspetti inconsueti dei comportamenti umani e dell’essenza delle cose. Le serie Io non ho mani che mi accarezzino il volto e La buona terra esprimono bene questa interessante componente del linguaggio di Giacomelli. Una capacità di sorprendere, nella prima, e una certa sospensione temporale, nella seconda, ne amplificano la sensazione.

Questi due elementi, la riduzione semiotica e la dimensione onirica, sono le sorgenti del fascino che questo poeta dell’immagine esercita su di me.

Per me che uso la macchina fotografica è interessante uscire dal piano orizzontale della realtà. Avere la possibilità di un dialogo stimolante perché le immagini abbiano un respiro irripetibile. Riscrivere le cose cambiando il segno, la coscienza abituale dell’oggetto, dare alla fotografia una pulsazione emozionale tutta nuova. Il linguaggio diventa traccia, necessità, spirito dove la forma sprigiona non dall’esterno ma dall’interno in un processo creativo. Lo sfocato, il mosso, la grana, il bianco mangiato, il nero chiuso sono come esplosione del pensiero che dà durata all’immagine, perché si spiritualizzi in armonia con la materia, con la realtà, per documentare l’interiorità, il dramma della vita. Nelle mie foto vorrei che ci fosse una tensione tra luce e neri ripetuta fino a significare.
[Mario Giacomelli]

Mario Giacomelli è morto il 25 novembre del 2000

Bibliografia:
Arturo Carlo Quintavalle, Messa a fuoco, Feltrinelli 1983
Vari, I grandi fotografi, Forma-Corriere della Sera, 2007

Immagini:
1-
Scanno, 1958
2-
Mattatoio, 1961
3-
La buona terra, 1965
4-
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1967
5-
Paesaggio, 1980
6-
A Silvia, 1988
7-
Presa di coscienza sulla natura, 1990
8-
Questo ricordo vorrei raccontare, 2000
9-Ritratto di
Mario Giacomelli eseguito nel 2000 da Paolo Mengucci