16 ottobre, 2007

Ugo Mulas

Come i bambini che non sanno ancora parlare, e quando cercano o vogliono una cosa si esprimono avvicinandosi ad essa, toccandola, o fiutandola, o indicandola e con mille atteggiamenti diversi, così il fotografo quando lavora, gira intorno all’oggetto del suo discorso, lo esamina, lo considera, lo tocca, lo sposta, ne muta la collocazione e la luce; e quando infine decide di impossessarsene fotografandolo, non avrà espresso che una parte del suo pensiero… Ciò che veramente importa non è tanto l’attimo privilegiato, quanto individuare una propria realtà, dopo di chè tutti gli attimi più o meno si equivalgono. Circoscritto il proprio territorio, ancora una volta potremo assistere al miracolo delle “immagini che creano sé stesse”, perché in quel punto il fotografo deve trasformarsi in operatore, cioè ridurre il suo intervento alle operazioni strumentali. Al fotografo il compito di individuare una sua realtà, alla macchina quella di registrarla nella sua totalità.
[Ugo Mulas, La Fotografia]

Nella fotografia di Ugo Mulas c’è:

La consapevolezza dell’importanza del processo fotografico, materiali e camera oscura. La possibilità di intervenire sull’immagine, apportare correzioni, manipolazioni.

All’inizio, la cosa più eccitante era il laboratorio; intravvedevo la possibilità di salvare una fotografia mal riuscita con un’operazione di camera oscura, cioè usando una particolare carta, un certo taglio. Poi mi sono reso conto che il laboratorio è fondamentale, , perché l’immagine che realizzi con l’apparecchio non è completa se non è stampata da te, o secondo le tue indicazioni molto precise, ma che il laboratorio non può essere una panacea per i mali della ripresa, non è fatto per salvare dei negativi sbagliati ma soltanto per rendere un buon negativo in tutto il suo valore. [Ugo Mulas, La Fotografia]

Il fotografo non è un semplice spettatore, un registratore pedissequo degli eventi. Né cerca di cogliere l’attimo eletto, l’istantante fotografico per eccellenza.
Mulas non condivide la teoria bressoniana. Per lui il fotografo è parte della scena, interagisce con essa, si fa coinvolgere.

Verso il 1958 un libro ha contato molto per me: Gli americani, di Robert Frank. In quegli anni mi interessava un’altra letteratura fotografica: i grandi fotografi mi sembravano quelli più vicini al gioco del potere. Nel libro di Frank, vedevo invece per la prima volta un fotografo che non utilizzava nessun trucco, che faceva delle fotografie che sembravano di un dilettante, tanto erano semplici tecnicamente. Ci ho messo alcuni anni per capirlo […]

Finchè ho avuto chiaro il senso dell’opera di Frank: questo non abusare per confondere il gioco della realtà, delle cose, della vita; il fatto che la macchina fotografica lavori direttamente sulla vita, usando la pelle della gente. Il discorso fotografico di Frank è il più povero possibile: usa una piccola camera, un campo angolare abbastanza vasto da non enfatizzare il dettaglio. Ho guardato molte volte, come soluzione opposta, il libro su New York di William Klein. Lì senti che il fotografo vorrebbe entrare dappertutto, essere di più dentro le cose con le sue mani, con la sua ideologia, chè la realtà com’è non gli basta, e così taglia, ingrandisce, brucia, interviene più che può sul già fatto, sul negativo. Mi domandavo perché, se una cosa di per sé è gridata, si deve aggiungere un altro grido; se una cosa è già fotografica, imporgli un altro elemento fotografico. [Ugo Mulas, La Fotografia]

Subisce la lezione di Lee Friedlander, il grande fotografo americano che ha pagato, in termini di fama, la sua eterodossia ideologica. Per Mulas, l’incontro con le immagini di Friedlander sarà una folgorazione decisiva.

Mi pare che non ci sia mai stato prima un fotografo così consapevole di quello che un’operazione fotografica coinvolge, di come lo stesso fotografo è dentro, nella macchina o nell’operazione, anche fisicamente, e come questo carichi la foto di tutte le ambiguità che accompagnano i discorsi in prima persona. Tra il fotografo e l’oggetto la macchina si anima, è un baluardo, ma non è più il comodo baluardo alla neutralità del fotografo, né è un ostacolo al suo desiderio di intervenire. Ciò che mi prese allora fu proprio la constatazione di come il fotografo si lasci portare dalla macchina, e viceversa, di come la macchina porta il fotografo, con una scioltezza veramente insolita. [Ugo Mulas, La Fotografia]

Il fotografo, secondo Mulas, si deve prendere le sue responsabilità e il rischio di sbagliare, intervenire, testimoniare.
Riflessioni, queste, che lo hanno portato ad interrogarsi sul senso stesso del fare fotografico, le famose Verifiche, il suo personale discorso sulla fotografia.

Così, a un certo punto, ho cominciato delle operazioni sganciate dagli altri, sganciate dalla mia volontà di essere testimoni e di raccogliere l’esperienza altrui, per vedere che cos’è questo sentirsi soli di fronte al fare, che cos’è non cercare più dei puntelli, non cercare più negli altri la verità, ma trovarla soltanto in sé stessi, e capire che cos’è questo mestiere, analizzarne le singole operazioni, smontarlo come si fa con una macchina, per conoscerla. [Ugo Mulas, La Fotografia]

Bibliografia:
Ugo Mulas, La Fotografia, Einaudi 1973

Fotografie:
1-Ugo Mulas
2-Ugo Mulas: Totò
3- Ugo Mulas: Marcel Duchamp
4-Robert Frank: from the bus
5-Ugo Mulas: ritratto di Gian Giacomo Feltrinelli
6-Lee Friedlander
7-Ugo Mulas: autoritratto con Ninì (Verifica)


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