15 settembre, 2007

L'ambiguità di Robert Capa

Se le vostre foto non sono abbastanza buone è perché non siete andati sufficientemente vicini al soggetto. Amate la gente e fateglielo capire. [Robert Capa]

Robert Capa è sicuramente il più famoso fotografo di guerra del XX secolo.. Ma quanto mai ambiguo, il suo fotografare ha sempre giocato con la verità dei documenti prodotti. Niente di più surreale di un reporter di guerra, delegato alla produzione di documenti inconfutabili, che di quei documenti ne evidenzia la confutabilità. Così, Capa, suo malgrado o no, prima che una mina recidesse la sua vita a Thai Bin in quel maggio del 1954, divenne il confutatore della verità fotografica.
Non che le sue fotografie abbiano sempre giocato col concetto di “documento vero” o “dal vero”, ma quelle che lo hanno fatto sono assurte a simbolo, icone del secolo.
E possiamo prendere in esame tre momenti emblematici tra tutti quelli che hanno costellato la incredibile e avventurosa carriera del nostro.
Lo sbarco degli alleati in Sicilia, 1944, è sicuramente rappresentato dalla famosa fotografia del contadino di Troina che indica al soldato americano la direzione ove si trova un convoglio tedesco. In questa foto vi è un’inusuale, per il nostro, cura dell’immagine dal punto di vista estetico: il soldato e il contadino sembrerebbero in posa e la collocazione dei vari elementi dimostra un equilibrio troppo perfetto per poterla pensare come fotografia di un istante “bressoniano”. Si potrebbe notare il bastone che il contadino protende nel fornire l’indicazione, come la sua inclinazione esatta lo renda parallelo al profilo montuoso. Perfettamente parallelo. Quanta ambiguità estetica in questa foto!

La stessa che troviamo nelle famose immagini dello sbarco a Ohama Beach, quelle undici immagini preziosissime.
Furono le uniche a salvarsi dalle grinfie di un tecnico di laboratorio distratto. Mosse, fuori fuoco, l’ambiguità della tecnica fotografica, la disattenzione da ogni regola. Eppure rappresentano la più importante documentazione storica sul D-Day.

Il terzo simbolo dell’ambiguità del reporter: il Miliziano colpito a morte, Cerro Muriano, nei pressi di Cordoba, 1936, durante la guerra civile di Spagna, che Capa documentò insieme alla sua compagna Gerda Taro. In quelle contrade si aggirava, negli stessi giorni, Tina Modotti, impegnata col Soccorso Rosso. Per molto tempo, quella fotografia fu considerato un falso. Un falso ideologico, nella misura in cui inganna la missione del reporter di guerra, obbligato alla verità, legittimato dalla macchina fotografica che riproduce unicamente il vero. Recenti studi filologici tendono a ribaltare questa convinzione diffusa, avendo individuato il miliziano in Federico Borrell Garcia, la cui morte fu registrata negli archivi ufficiali.

Nel caso di Robert Capa, l’ambiguità ideologica sottesa da alcune sue importanti immagini non mina l’efficacia vera del racconto fotografico. Capa ha saputo raccontare la guerra nei suoi aspetti più drammatici e con grande senso della storia. Quella guerra che, sono parole sue, invecchiando, diventa sempre più cattiva e meno fotogenica.
Capa fu amico di scrittori ed artisti, come Hemingway, Picasso, Modotti, Steinback e fondatore della famosissima agenzia Magnum. La mina che lo uccise in Indocina interruppe una sua decisione che stava maturando, quella, cioè, di abbandonare la fotografia e passare alla scrittura.

Bibliografia:
Robert Capa, Leggermente fuori fuoco, Contrasto Due 2002

Fotografie:
di Robert Capa
1-Troina, Sicilia 1944
2-3-4- Ohama Beach, sbarco in Normandia 1946
5-Cerro Muriano, Miliziano colpito a morte, 1936
6-Pablo Picasso con Francoise Gilot e il nipote, Javier Vilato

2 commenti:

Nino Russo ha detto...

Capa maturava la decisione di passare lla scrittura?

mi hai dato una informazione che mi turba,non saprei dire il perchè.

terraRossa ha detto...

MAh!
Ho riflettuto sul perchè o la possibilità di un turbamento nel constatare una svolta del genere da parte di uno che ha dato tanto in un campo, come nel caso di Capa. Forse può avvenire quando abbiamo smesso di guardare un uomo per quello che è, un uomo, appunto, e lo trasformiamo in icona. Ed è difficile accettare che un'icona possa cambiare nel tempo...