24 agosto, 2007

Diane Arbus

Se io fossi semplicemente curiosa, mi sarebbe assai difficile dire a qualcuno: “Voglio venire a casa tua, farti parlare e indurti a raccontare la storia della tua vita”, voglio dire che mi direbbero: “Tu sei matta”. E in più starebbero molto sulle loro. Ma la macchina fotografica dà una specie di licenza. Tanta gente vuole che le si presti molta attenzione, e questo è un tipo ragionevole di attenzione da prestare.(D. Arbus)

Quelli che nascono mostri sono l’aristocrazia del mondo dell’emarginazione… Quasi tutti attraversano la vita temendo le esperienze traumatiche. I mostri sono nati insieme al loro trauma. Hanno superato il loro esame nella vita, sono degli aristocratici.
Io mi adatto alle cose malmesse. Intendo dire che non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io. (D. Arbus)

Diane Arbus (nata Nemerov) , fotografa atipica, mito, suo malgrado.
Nasce a New York il 14 marzo 1923, nella stessa città muore, suicida, il 26 luglio 1971.
Dopo essersi occupata di fotografia di moda, a seguito del marito Allan Arbus, la abbandona intorno al 1958 per diventare allieva di
Lisette Model[1] alla New School di New York.
L’approccio alla fotografia di Diane Arbus ha similitudini con quello del fotografo tedesco
August Sander molto lontano da quello legato al cosiddetto “attimo da cogliere” di Henry Cartier Bresson o Kertesz, tanto per fare due esempi.
Tuttavia si differenziava da
Sander, che aveva un approccio di catalogazione antropologica, per via della sua attitudine/necessità di “stringere” con i soggetti fotografati, entrare in contatto e indurli a una consapevolezza del ruolo.
Di
Sander, la Arbus conosceva la sistematica metodologia analitica, finalizzata a una classificazione programmaticamente sociologica, ben lontana dal candore che, viceversa, traspare nelle sue intenzioni.
La sua tecnica fotografica privilegiava i soggetti, la loro concretezza ad ogni altra considerazione estetica o parametro tecnico quali l’illuminazione, la composizione, la messa a fuoco ecc. Unico comune denominatore tecnico, l’uso del medio formato quadrato con biottica e flash elettronico.

Per me il soggetto di una fotografia è sempre più importante della fotografia. E più complicato. La stampa è per me importante, ma non è una cosa sacra. Penso che la foto è importante per ciò che rappresenta. Voglio dire che deve essere una foto che rappresenta qualche cosa. E ciò che essa rappresenta è più importante di ciò che essa è. (D. Arbus)

La Arbus è sempre consapevole della ambiguità dell’apparecchio fotografico: da un lato possiede una carica di violenza che si esercita contro i soggetti nella misura in cui ne viola l’intimità, dall’altra è una specie di lasciapassare a penetrarne la corazza difensiva. Ha cercato di mitigare questa violenza, di stemperarla attraverso la ricerca della conoscenza diretta dei futuri soggetti delle sue fotografie, attraverso la loro frequentazione pur senza apparente pathos.
Nell’incontro col modo degli eccentrici, gli “ultimi uomini”, come li definiva
August Sander[2] riuscì ad esprimere tutta l’inquietudine di un sistema di vita, aiutata dalle efficaci didascalie che usava apporre sulle foto. Esempi di didascalie come:una giovane famiglia di Brooklyn una passeggiata domenicale.Il loro neonato si chiama Dawn. Il loro figlio è un ritardato mentale. Oppure: Questo è Eddie Carmel, un gigante ebreo ritratto accanto ai suoi genitori nella loro abitazione nel Bronx, New York, rendono l'idea della loro fondamentale integrazione con l'immagine di riferimento.
Un importante aspetto tecnico delle fotografie di Diane Arbus è la posa dei soggetti ripresi, sempre frontale. Nel linguaggio fotografico, la posa frontale conferiche dignità e importanza al soggetto, per questo viene usata nelle foto di cerimonia, come matrimoni, foto scolastiche ecc.
La Arbus sembra, in questo modo, conferire le stesse caratteristiche a persone che la società tiene al margine, come volesse ricordarci che ciò che noi scacciamo o evitiamo come diverso è, in realtà, dentro di noi. Il mondo dei mostri non è mai esterno a noi ma interno. I diversi sono li, tranquilli, nostra immagine speculare. Anche in situazioni estreme, non sembrano mai dare segni di sofferenza o di angoscia, quella stessa sofferenza che invece appare in certe foto di persone cosiddette normali, come la barista che agita il suo peluche in un gesto di disperato aggrapparsi alla fanciullezza perduta, nell’ agitare il feticcio della sua solitudine.
Non ha dovuto allontanarsi molto per cercare i suoi soggetti, la Arbus. New York ne era piena. Per le strade, nei parchi, in certi alberghi sordidi, nei campi nudisti di Coney Island o negli ospedali psichiatrici ha trovato la sua collezione di marginali, nani, tossici, ermafroditi, folli e ogni tipo di umana angoscia.
Il fascino singolare delle foto della Arbus deriva dal contrasto tra la tematica lacerante e la pacatezza delle modalità di ripresa che, lungi da intenti vouyeristici o tentativi spettacolareggianti, si poneva di fronte alla candida miseria di quegli esseri per conoscerli, prima di fotografarli.

Ha sempre rifiutato di riprendere vittime di incidenti o persone nelle quali gli eventi irrompevano modificando il corso della loro vita, per quanto abbia indicato in Weegee una sua fonte di ispirazione; si era specializzata in lenti tracolli personali, coincidenti spesso con la nascita.
Concludo citando la Sontag:
Brassai attaccava quei fotografi che cercano di cogliere alla sprovvista i loro soggetti, nell’erronea convinzione di poter rivelare qualcosa di speciale sul loro conto.
Nel mondo colonizzato da Arbus i soggetti si rivelano spontaneamente. Non esistono momenti decisivi. L’opinione di Arbus, secondo la quale la rivelazione di sé è un processo continuo e distribuito in maniera uniforme, è un modo di affermare l’imperativo Withmaniano: trattare tutti i momenti come se avessero un’eguale rilevanza. Come Brassai, Arbus voleva che i suoi soggetti fossero il più possibile coscienti, consapevoli dell’atto al quale partecipavano. Anziché cercar di convincere i suoi soggetti a cercare di assumere una posizione “naturale” o “tipica”, li incoraggiava ad essere goffi, cioè a posare. (Di conseguenza, la rivelazione dell’io si identifica con ciò che è strano, insolito, sghembo). Il fatto che, seduti o in piedi, se ne stiano impettiti, li fa sembrare immagini di sé stessi.
[3]


NOTE
[1] Lisette Model nasce a Vienna nel 1906, fotografa e pittrice; notevoli sono le sue immagini nell’ambito della musica e della danza. Nel 1950 inizia i corsi di fotografia alla New School di New York, dove muore nel 1983.
[2] Cft Alfredo De Paz in “Della fotografia trasgressiva”, Pino Bertelli, NdA Press, 2006, pag. 10
[3] Susan Sontag, Sulla fotografia, Einaudi, 1972, pag. 33

Bibliografia:
Pino Bertelli, Della fotografia trasgressiva, NdA Press, 2006-11-06
Susan Sontag, Sulla fotografia, Einaudi, 1972

Fotografie:
1-Autoritratto, NYC, 1945
2-Ritratto di Allan Arbus, 1949
3-Diane Arbus alla Rhode Island School of Design, di Stephen Frank, 1970

Piccola galleria fotografica

Diane Arbus su Wikipedia

Post apparso su Camera Obscura il novembre 2006


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